Drimer risponde alle nostre domande:

1.Cosa pensi del rap, come lo vivi e come hai iniziato a rappare?

Ho iniziato a rappare più o meno a 13-14 anni, affascinato dai grandi successi italiani dell’epoca e soprattutto da “8 Mile”, il celebre film di Eminem che mia sorella più grande di fatto mi costrinse a guardare, sia sempre benedetta per questo! Da allora il mio rapporto con il rap è andato intensificandosi sempre di più: per me ormai è divenuta la prassi tendere a sfogarmi più con un foglio e una strumentale che con una persona qualsiasi, con tutti i benefici e gli svantaggi che questo comporta. Come ogni altra forma d’espressione, penso il rap sia uno strumento di enorme potenza, che ognuno può decidere di sfruttare in mille maniere e seguendo più obbiettivi diversi, verso sé stesso come verso invece il mondo esterno e gli altri.

2.In futuro, con quale rapper ti piacerebbe collaborare?

Per ovvi motivi, la lista di rappers con i quali in Italia mi piacerebbe collaborare è lunghissima. Artisti che mi piacciono molto e con i quali vorrei e cercherò di collaborare già nel prossimo futuro sono tra gli altri Mattak, un amico che si sta facendo sempre più strada, e Warez, uno dei rappers che reputo più stilosi e originali al momento. Tra i tanti sogni nel cassetto invece, restano, per un futuro forse meno vicino, ma per il quale continuerò sicuramente a lavorare, i nomi di Bassi Maestro, letteralmente un mentore per me a livello musicale da quando ho cominciato ad avvicinarmi alla cultura Hip Hop, ed E-Green, la cui attitudine ad ogni pezzo mi riconquista di nuovo.

3.Descrivi la musica con 3 parole.

Potente. Sorprendente. Libera.

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4. Inception: il tuo nuovo album, a cosa ti sei ispirato? Di cosa parla principalmente?

Come suggerisce il titolo, l’album è fortemente ispirato alle tematiche del film, in linea anche con il mio nome che, nonostante il voluto errore di trascrizione, continua a voler significare “sognatore”. Come nella fantastica opera di Nolan il protagonista irrompe durante il sogno nel subconscio del soggetto per impiantargli un’idea, così nel mio album mi propongo di fare io. Questa idea, nascosta dietro canzoni che superficialmente sembrano parlare solo e forse troppo di me soltanto, è ciò di cui in realtà l’intero album parla. Per sapere di che si tratti, però, dovrete per forza andare a metterlo in play ?

5.Senza musica si potrebbe vivere? Perché?

Concretamente, si può vivere facendo a meno praticamente di tutto. Si vive male senza la musica, quando la musica è diventata una parte integrante della tua vita, così come si starebbe ugualmente male senza una qualsiasi altra passione, o persona, che sia arrivata a coprire lo stesso ruolo. Ovviamente, la musica per me è arrivata ricoprirlo quel ruolo, e nonostante riuscirei senz’altro ad immaginarmi un’altra vita (che sarebbe davvero “altra”) senza di essa, non riuscirei ad immaginarmela migliore di quella che l’amore per la musica mi sta consentendo di portare avanti ora.

6.Perché hai scelto il nome Drimer?

Ho scelto il nome Drimer semplicemente perché “JD” non mi piaceva molto ? Come il protagonista di Scrubs, infatti, sono anch’io un eterno sognatore, di quelli che riescono a sognare persino ad occhi aperti, e allora ho deciso di darmi da me questo appellativo, andando poi ad italianizzarlo (da “Dreamer” a “Drimer”, appunto) allo scopo di renderlo più originale e personale.

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7.Quali erano i tuoi riferimenti da piccolo e quali sono i tuoi idoli tutt’ora?

Col passare degli anni devo dire che la necessità di rivedermi a tutti i costi in qualcuno è andata ridimensionandosi, a fronte di una volontà sempre più grande di diventare io quel qualcuno per me stesso. Ciononostante, cerco sempre di ispirarmi a quelli che credo essere degli esempi virtuosi ed importanti: da piccolo sono stato contagiato per via paterna dall’amore per i grandi e misteriosi politici del passato, su tutti John e il troppo spesso dimenticato Bob Kennedy. Ad oggi, quell’interesse per gli uomini della politica è rimasto, spostandosi in tempi recenti sulla figura di Bernie Sanders, altro politicante USA, rivoluzionario candidato – purtroppo sconfitto – alle ultime primarie presidenziali per il partito democratico.
In generale, con loro, tutti quei personaggi che sono stati in grado di ispirare e portare a grandi conquiste sociali, spesso sacrificando anche sé stessi, mi hanno sempre affascinato per il loro coraggio ed il loro impatto sul mondo.

8. Progetti futuri?

Dopo l’uscita di “Inception” a Novembre dell’anno scorso non sono riuscito nemmeno questa volta a fermarmi. Negli ultimi mesi ho scritto veramente moltissimo, e come ho già reso noto ho in cantiere due nuovi progetti che vedranno la luce entro la fine di quest’anno. Si tratta rispettivamente di un Mixtape, progetto che conterrà tantissime nuove tracce e collaborazioni, e che dovrebbe uscire verso la fine dell’Estate, e del disco a cui sto lavorando insieme ad Ares Adami, figura pressoché leggendaria dell’Hip Hop trentino e non solo: la possibilità di lavorare insieme a lui è per me fonte di grandissimo orgoglio, e non vedo davvero l’ora di farvi sentire entrambi i lavori! Ciononostante, ci tengo anche a segnalare però che per quanto riguarda Inception le sorprese non sono finite: ci sono ancora tante sorprese che usciranno in merito!

9. Quando scrivi da cosa prendi ispirazione?

Tutto mi ispira, e tutto ciò che sono i miei ricordi, le mie esperienze e i miei ideali traspare sempre da ogni mio testo. Alla base di tutto questo però, mi sentirei di dire che la principale ispirazione che ho quando scrivo, è la strumentale stessa su cui sto scrivendo. Quando stendo un testo, infatti, lascio veramente che la penna quasi continui a muoversi da sola: sostanzialmente, l’atmosfera all’interno della quale quella particolare strumentale mi trasporta diventa come un contenitore, e io non faccio altro che riempirlo con tutte quelle emozioni, quei sentimenti, e quelle idee che essa stessa mi ispira, senza uno schema prestabilito o un’indicazione precisa.

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10. Sei soddisfatto del tuo lavoro? Perché? Tornassi indietro nel tempo, rifaresti tutto?

Per quanto potrebbe sembrare strano, e per quanto spesso non mi senta realizzato a pieno, dirò che mi sento profondamente soddisfatto del mio lavoro. Il mio ultimo album, “Inception”, per quanto sia l’album di debutto di un artista emergente semi-sconosciuto, credo riascoltandolo sia però un lavoro molto maturo, tanto a livello tematico, quanto a livello di suono (e per questo ringrazio Ric de Large, il produttore dell’intero album che ha anche supervisionato tutta la fase di lavoro sull’audio), quanto a livello d’immagine (e qui spezzo invece una lancia a favore di Moab, che ha curato tutto l’impianto grafico, e di Nicola Corradino, alla regia di entrambi i video estratti dall’album).
Il percorso che ho alle spalle, in fondo, è quello lungo e tortuoso di un giovane che esce da un paesino di 400 anime sperduto in cima a una delle regioni che – e ingiustamente – nella Penisola si ritrova ad essere spesso troppo poco sotto i riflettori. Per quanto però difficile sia stato e sia tuttora, sono anche convinto che proprio per questo mi abbia formato e permesso di arrivare a produrre un lavoro del genere a soli 19-20 anni. Perciò no, non ho molti rimpianti riguardo il passato, e se proprio non volessi risponderti col solito “rifarei tutto”, ti direi, ecco, che rifarei sì tutto, però molto meglio!

11. Qual è il tuo rapper americano preferito? E quello italiano? Perché?

Il mio rapper americano preferito e in generale l’artista che seguo e stimo di più è fuor di qualsiasi dubbio J Cole: l’ho conosciuto col suo penultimo album, “Forest Hills Drive: 2014”, e da allora è stato amore vero. Non ho paura di dire che, con la sua musica, il suo modo di raccontare e di raccontarsi, e la sua figura di artista e persona, mi ha veramente cambiando la vita, influenzandomi pesantemente sia a livello umano che musicale. Per quanto riguarda l’Italia, farò due nomi anziché uno solo, perché per quanto riguarda i miei personali gusti si aggiudicano il mio personale primo posto a pari merito: sto parlando di Fabri Fibra, che reputo l’artista più intelligente e più interessante da seguire, e che anche con il suo ultimo e ottavo album ha saputo reinventarsi e stupire in maniera incredibile, e poi ovviamente di Bassi Maestro, per il quale vale la stessa cosa e valgono anche una serie di motivi affettivi che ho già spiegato più sopra.

12. Tutti parlano del rap americano come del rap “con una marcia in più”, secondo te è così? Perché? E quello italiano come lo definiresti?

E’ naturale che il rap americano vada considerato come quello “con una marcia in più”, come dici. Questo semplicemente, a mio avviso, per un fattore meramente culturale e numerico: i genitori degli artisti rap americani sono cresciuti e a loro volta hanno cresciuto i propri figli con quella black music dalla quale poi il genere è partito agli albori. Per questo motivo, quarant’anni più tardi l’ospitata di un rapper in TV o la sua partecipazione a qualche genere di salotto è ormai la prassi. Oltre a ciò, numericamente il mercato musicale statunitense è tale da garantire ad ogni artista e ad ogni corrente musicale il proprio bacino d’utenza, e quindi anche quella soddisfazione monetaria ed economica che finisce sempre per funzionare da traino e propulsore.
Al contrario, in Italia non solo il mercato resta molto ristretto, ed è difficile inservivisi volendo sfuggire a tutte le sue logiche. In più, il panorama musicale e culturale all’interno del quale il rap italiano si muove è ancora quello tipicamente italiano, arretrato, impreparato e pesantemente influenzato dalla canzone popolare. Un rapper che si esprime decentemente o partecipa a qualche format intelligente, in soldoni, qui ancora sorprende.

13. Cosa consigli a chi voglia iniziare a rappare?

Tanta pazienza,  tanta voglia di fare, e tanta voglia di ascoltare ed imparare. Sono, per quanto mi riguarda, i tre ingredienti fondamentali per chiunque voglia addentrarsi in questa avventura.
Pazienza perché nessuno “nasce imparato”, come si dice, e i risultati quelli veri arrivano solo dopo molto lavoro e sacrificio. Viene da sé che la voglia di fare dev’essere pari e anche maggiore, per portare avanti con coerenza ed insistenza un percorso musicale.
Infine, tutta la pazienza e la voglia di fare del mondo non porterebbero comunque da nessuna parte, se non fossero accompagnate dalla voglia di ascoltare chi ha qualcosa in più da dire e prendere esempio, accettando con umiltà che non si è né i primi né solitamente i più bravi, e di sicuro non lo si è appena cominciato a fare musica.

14. I tuoi amici e parenti ti hanno dato sempre supporto? Perché?

Gli amici che mi supportano sono gli stessi che ho conosciuto e con i quali ho instaurato questo genere di rapporto grazie alla musica. Di questo parlavo, quando dicevo che nella mia vita, con tutti i suoi benefici e svantaggi, essa è arrivata a ricoprire un ruolo preponderante. Non è però automatico questo supporto, e per questo ci tengo a ringraziarli anche per un qualcosa che potrebbe sembrare scontato.
Per quanto riguarda i miei parenti, e diciamo soprattutto i miei genitori, devo dire che, anche se non hanno mai capito quello che stavo facendo, a loro modo hanno sempre saputo sostenermi. Non mi hanno mai impedito di fare alcunché, per quanto potesse sembrargli strano, e anzi quando c’è stato bisogno sono sempre stati pronti a darmi una mano, magari regalandomi un passaggio fino a quel locale anche se appunto non sapevano bene cosa ci stessi andando a fare. In cambio, non hanno mai preteso da me nient’altro che quella fiducia e quella testa a scuola e sul lavoro che ho sempre cercato di garantirgli e che comunque non era che il minimo.
Dopo di che, con il tempo, sono anche cominciati ad arrivare i primi risultati. Dopo qualche articolo di giornale, e – soprattutto – qualche soldino recuperato con i live o le battle di freestyle, hanno iniziato anche loro, com’è normale che sia, a prendere maggiormente sul serio quel che stavo facendo.

15. Per concludere, definisci il tuo rap.

Potente. Sorprendente. Libero. ?
O almeno è ciò che vorrei riuscisse ad essere, un giorno non così lontano.

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